Il nostro modo di interpretare il mondo dipende dal linguaggio che adottiamo nel descriverlo. In questa emergenza CoViD19 il linguaggio adottato non è corretto perché legato alla nostra storia invece che al nostro futuro.

Questa non è una guerra ma una pandemia. Il ricorso all’analogia bellica è utile perché arriva a tutti ed in modo molto suggestivo. Ma non è una guerra.

Una guerra si configura per sua natura come un evento unico temporaneo e difficilmente replicabile. Non parlo delle guerre eterne di stampo religioso: quelle non si vincono e non si perdono perché non si combattono con le regole di una guerra. Una guerra si basa sull’annichilimento del nemico. Spiani, sopprimi e ricostruisci. Una guerra si combatte per annientare. Per il modo in cui io intendo la guerra, un trattato di pace è tombale. Una guerra non finisce con la scelta della pace perché la pace è l’unica cosa che resta.

Questa non è una guerra perché le economie di guerra sono differenti. Gli investimenti sono principalmente finalizzati alla ricostruzione di asset immobiliari ed i piani di rientro sono attuati sapendo che la componente del PIL legata al consumo perso è bilanciata dalle restanti voci che tendono ad esplodere per effetto dei danni di guerra. Il boom economico vissuto dall’Italia e da tutti i paesi le cui economie sono state impattate dalla seconda guerra mondiale è la conseguenza della ricchezza che si crea tutte le volte che si distrugge patrimonio: un ponte abbattuto vale doppio di un ponte perché prima generi ricchezza abbattendolo e poi la generi ricostruendolo.

Questa non è una guerra perché in guerra salta il punto di incrocio tra domanda ed offerta perché viene a mancare l’infrastruttura produttiva del sistema economico. Noi, oggi e per la prima volta nella nostra storia economica, abbiamo una domanda ed un’offerta che non posso incontrarsi perché è venuta meno la libera circolazione delle persone e delle merci.

La conseguenza di un simile shock si manifestano con la naturale contrazione della domanda aggregata che non è più sorretta dai livelli di propensione al consumo pre-pandemia. Gli effetti a catena sul livello degli investimenti sono facilmente prevedibili. Tuttavia, essendo l’uomo un animale resiliente, penso che questo darà spazio ad investimenti in aree precedentemente non apprezzate. Resta, comunque, innegabile il riposizionamento che questa pandemia imporrà a molti se non a tutti.

Questa non è una guerra perché la pandemia sta colpendo duramente le relazioni interpersonali, nazionali ed internazionali. In questo momento stiamo perdendo relazioni produttive, positive. Ricostruire un ponte è molto più semplice del ricostruire la rete di relazioni che sono minate dalla paura e dalla incertezza. Paura di finire in quarantena per effetto di un contagio produce incertezza sulla stabilità di relazioni industriali segnate da questo rischio. Penso che questo aspetto vada tenuto in attenta considerazione perché ci sono aziende che operano appoggiandosi quasi esclusivamente sulle relazioni industriali con modelli di business ampiamente appoggiato sul cash flow.

L’Italia è piena di realtà (specialmente in ambito ICT) nelle quali il rapporto tra valore dei flussi di cassa e valore degli asset sia superiore a 0,5 . Ma non sono da meno i nostri compagni di sventura. Per questo motivo sono certo che per la tenuta sociale dei paesi sarà necessario convergere su nuovi modelli economici.

Questa non è una guerra perché il momento che viviamo non prevede alcun vincitore. Noi non vinceremo perché il nemico non lo possiamo sterminare. Nessuno dei classici metodi di guerra, nel senso canonico di come la conosciamo, può aiutarci a combattere, ad annientare, il letale avversario virulento di questi tempi. Questo nemico è polimorfico. Cambia, muta e resta sempre operativo.

Questa non è una guerra perché non saranno fatti sforzi per il rilancio dell’economia. Le aziende esistono già. Le infrastrutture sono intatte. Gli sforzi che faremo saranno principalmente a sostegno della finanza con le considerazioni etiche che ne conseguono e sulle quali non mi esprimo qui.

Questa è una pandemia che impone ai nostri sistemi economici un cambio di prospettiva radicale. I modelli economici tengono conto di tre dimensioni di analisi: breve, medio e lungo periodo. Oggi le nostre scelte economiche devono inserire una nuova dimensione nell’analisi dell’universo di riferimento: la dimensione dell’immediato. Le scelte che dobbiamo fare nell’immediato devono integrarsi con una visione delle restati dimensioni temporali affinché i primi interventi non risultino slegati dagli obiettivi strutturali perseguiti o persino in conflitto con questi.

Questa pandemia impone cambiamenti anche radicali di prospettiva nei quali si possa essere disposti anche a rompere il “grande tabù” della monetizzazione globale della crisi. Per gestire una pandemia non servono economie nazionali ma protocolli internazionali di collaborazione strutturata e strutturale con i quali tutti sono chiamati a schierarsi accanto al paese colpito a prescindere dagli assetti politici. Un virus non conosce confini, razze, generi sessuali e religioni. Un virus è ateo e democratico: colpisce tutti.

Un paese colpito da una pandemia è solo un punto sul quale attivare una rete di protezione globale basata su strumenti finanziari, modelli economici e strutture sanitarie a logistica veloce di tipo quasi militare.

Le relazioni si riposizioneranno con un livello di attenzione alla salute collettiva molto più alto. Non smetteremo di avere relazioni sociali: siamo e resteremo uomini. Ma rivedremo il modo in cui faremo business in futuro affinché si intercettino le esigenze di chi preferisce una differente modalità di relazione e localizzazione delle relazioni. La domiciliazione delle attività non è attuabile per tutti i settori economici, ma faremo maggiore attenzione alle attività che possono essere delocalizzate grazie alla mai veramente attuata dematerializzazione dei documenti. In questo le aziende dovranno fare nuovi investimenti per trasformare il lavoro da smart a inclusivo. In Alan Advantage abbiamo già iniziato questo cammino di studio che ci porterà ad una nuova metodologia. Un nuovo modo di intendere le relazioni ed il business. I settori economici legati all’intrattenimento o alla ristorazione cambieranno il modo di fare business accogliendo le esigenze e la domanda proveniente da consumatori sino ad oggi poco rappresentativi in termini di fatturato.

Nuovi sistemi di filtraggio dell’aria che riducano la saturazione degli ambienti chiusi potrebbero diventare la discriminante nella scelta di un locale a scapito di uno sprovvisto di adeguata ventilazione.

Sale cinematografiche nelle quali il servizio “Poltrona VIP” è oggi considerato trattamento speciale potrebbero rendere ordinario lo speciale e tenere, in questo modo, vivo un mercato fortemente aggredito da sistemi alternativi quali lo streaming ultra HD e l’audio 8D.

Questa non è una guerra. Un guerra la si combatte e si va oltre. Questa pandemia ritornerà. Con un nome diverso dalla precedente SARS e dall’attuale CoViD19, questa vera arma di distruzione del nostro sistema economico e sociale busserà nuovamente alla nostra porta spinta dai cambiamenti climatici o alimentata da differenti culture dell’igiene ambientale o personale.

Gli attacchi virali non scompariranno esattamente come non è scomparsa Ebola, Marburg, Dengue. Ma possiamo e dobbiamo attrezzarci per affrontare in modo adeguato e sostenibile la prossima aggressione che, come si vede, non sarà locale ma globale perché anche la nostra stessa Europa non è solo europea ma anche cinese, africana, mediorientale, indiana e di tutti i paesi che ci vedono come culla di civiltà e riscatto sociale

Apprezzo Mario Draghi, ma questa non è una guerra. Questa è e sarà la vita quotidiana e, come tale va gestita con interventi che abbiano poco di emotivo ed evocativo e molto di economico e finanziario.

Slide — London Business School

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