Cosa definisce un manager?

Quando ti puoi dichiarare tale?

Spesso pongo queste domande ai miei pochi e fidati interlocutori che, esausti, mi rispondono così: “Sei un manager perché hai responsabilità di budget e risorse, sei competente (hai esperienza) e preparato (hai studiato), sei l’unico che può farlo, sei il parente di, sei colui che decide chi fa cosa e quando”.

Da qualche parte del percorso di crescita culturale del mio paese, alcuni hanno maturato una visione distopica del management: scollata da quella di leadership e fortemente autoreferenziale. Una visione nella quale la manipolazione ha sostituito l’ispirazione.

Oggi, a 47 anni e 20 anni di carriera, penso che si diventi Manager nel momento in cui si trasforma l’abilità in metodo ed il ruolo in archetipo al quale ispirarsi e dal quale imparare a delegare e lasciare crescere. Considero manager colui che sa dare valore alle persone per generare valore per l’azienda ed il mercato. Colui che crede nel coraggio degli outsider. Colui che non lascia indietro nessuno ma allontana con fermezza chi non è parte del progetto.

Spesso penso ad un ex collega che un giorno mi disse più o meno questo: “non mi imbarco in un progetto se non sono certo di avere successo”. Queste parole mi hanno fatto sin da subito pensare ad una dote fondamentale del Manager: il coraggio. Solo con il coraggio si affianca all’onore del comando l’onere della sfida. Senza sfida non c’è incertezza e senza incertezza non c’è coraggio. Un manager che non fallisce mai è come un “lupo di lago” (le L sono minuscole) ai quali preferisco i “Lupi di Mare” con la giacca lisa ma spina dorsale da vendere. Considero queste persone il vero asset del mio paese perché tentano, falliscono, si rialzano e continuano a tentare fino a quando arrivano al successo che merita l’Italia, una delle prime 7 potenze industriali al mondo.

Parafrasando Gaber: “Io non mi sento meridionale, ma per fortuna o purtroppo, lo sono”. Purtroppo sono meridionale perché ho lavorato in una terra nella quale le risorse sono gestite da “capobastoni” donatori di lavoro che si comportano come allevatori che lanciano mele marce ai maiali. Perché ho lavorato in una terra nella quale le aziende sono viste come feudi di proprietà familiare nelle quali l’assegnazione degli incarichi avviene per mezzadria e non per valutazioni strategiche funzionali agli obiettivi di un piano industriale. Ma posso anche dire che per fortuna sono stato meridionale perché, non essendolo più, tutte le volte che mi guardo alle spalle e vedo cosa ho lasciato, ringrazio quanti mi hanno mostrato cosa non voglio essere e, guardando avanti, sono grato a coloro ai quali mi ispiro nel mio cammino di crescita professionale e che oggi mi concedono la fiducia professionale che mi consente di esprimermi proficuamente nel mio lavoro.

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